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38ENNE MORTO SUICIDA NEL CARCERE DI TARANTO

Michele, 38 anni, di Massafra, emigrato per lavoro in Germania e poi ritornato in patria, ha deciso di terminare la sua vita tragicamente, impiccandosi in cella nel carcere di Taranto. Su di lui pendeva l’accusa di stalker e violenza domestica per una vicenda amorosa che lo aveva visto legato ad una donna di Corigliano Calabro. Il 38enne, inizialmente ai domiciliari a casa dei genitori, ha tentato quattro volte il suicidio, per poi concludere il suo percorso di vita legandosi un cappio al collo in una cella carceraria.

Il referto parla di lesioni che la vittima si sarebbe procurato da solo con il coltello. Mandato all’Ospedale di Taranto, ha ritentato nuovamente il suicidio. L'autopsia sul 38enne suicidatosi nel carcere tarantino potrebbe essere eseguita giovedì prossimo. La Procura ha aperto una inchiesta dopo l’esposto presentato dagli avvocati Claudio Percolla e Cosimo Nesca.

Scrivono in una nota Claudio Leone e Annarita Digiorgio, dell’Associazione Politica Marco Pannella: “Non ci saranno autorità al suo funerale, non leggerete il suo nome in apertura dei telegiornali e non ci saranno manifestazioni e cortei in sua memoria. Forse una lettera dell’arcivescovo, unico in questa città attento e vicino alle storie e le vite degli ultimi, che sono per primi quelli che sbagliano - si legge nella nota - Michele è una vittima di questa città. Della sanità, della giustizia e del sistema sociale. Si è impiccato in una cella di isolamento, legando un cappio alle sbarre della finestra, nel carcere di Taranto. L’unico agente in servizio in sezione lo ha trovato moribondo, ha tentato di salvarlo portandolo in ospedale. Dove Michele è morto qualche ora dopo in camera di rianimazione. Lo stesso ospedale dove il giorno prima aveva già tentato il suicidio e dove aveva commesso il reato che lo ha portato in carcere e alla morte: minacce con siringhe e materiale infermieristico a infermieri e pubblici ufficiali intervenuti. Michele era già ai domiciliari per violenza domestica".

"Si è recato -prosegue la nota - al pronto soccorso, dopo una fila estenuante ha dato in escandescenza, ha minacciato i presenti, si è chiuso in una stanza e ha tentato il suicidio iniettandosi dei farmaci. Le forze di polizia sono riuscite a bloccarlo, e hanno immediatamente esposto denuncia. E' stato arrestato in seduta stante, condotto al carcere di Taranto e messo in isolamento. Subito dopo in quella cella si è ammazzato. Questa volta riuscendoci. Una vicenda tragica che è cominciata e si è conclusa in un giorno. Con la morte di un ragazzo di Taranto che forse poteva essere salvato. Nelle mani dello Stato. Della sanità. Dei servizi sociali. La pena detentiva comune era la più indicata per lui? Certamente non lo era, ma qualcuno se l’è chiesto? Qualcuno, oltre a preoccuparsi dell’incolumità delle vittime, ha preso in considerazione quella del colpevole? Doveva andare in carcere senza vigilanza quella notte? Visti i riconosciuti problemi psichiatrici perché non era, come prevede la legge, in custodia presso una rems, comunità terapeutiche sanitarie nate a seguito della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari?”