LE CLASSIFICHE SULLA QUALITÀ DELLA VITA FANNO MALE AI TERRITORI E ALLE CITTÀ?

Nei giorni scorsi sia il Sole 24 Ore che Italia Oggi, hanno pubblicato le classifiche sulla qualità della vita. I risultati di entrambe le classifiche non combaciano, sollevando alcuni dubbi sulla veridicità. Sulla questione interviene una community informale formata da professionisti che hanno approfondito le questioni del BES grazie ad un corso organizzato dalla Camera di Commercio di Taranto “Progettazione e gestione di città e territori sostenibili” (tra loro anche dei giovani massafresi). Ecco cosa scrivono:

 Quanti indicatori servono per giudicare la qualità della vita in un territorio? Ne bastano quarantadue, come fa il Sole 24 Ore, o ne servono il doppio, come fa Italia Oggi? E quali indicatori sono necessari per tracciare un quadro della situazione quanto più vicino alla realtà o alla percezione dei cittadini? Le classifiche pubblicate contemporaneamente dai due quotidiani indicano una situazione jonica impietosa, ma non simile. Mentre il Sole 24 Ore che usa 42 indicatori, spinge Taranto e provincia in basso, al penultimo posto, maglia nera dell’Italia, Italia Oggi mette il nostro territorio alla 84sima posizione, con il doppio degli indicatori. Anche Milano, per fare una comparazione, nella classifica finale del Sole è all’ottavo posto, mentre per Italia Oggi è al 57°, oltre la metà. Eppure se i dati fossero oggettivi le situazioni non potrebbero che essere simili. Chi ha ragione? Dov’è la verità? Ma soprattutto ci interroghiamo sulle ripercussioni (politiche, economiche e sociali) che tali comunicazioni producono. Come comunità impegnata nello studio dei sistemi di indicatori del Benessere Equo e Sostenibile delle città, vorremmo invitare cittadini e stakeholder a riflettere su alcuni punti per noi fondamentali. Il primo riguarda la valenza scientifica di queste classifiche, che mettono insieme territori che hanno condizioni di partenza molto diverse e raccontano di territori molto diversi, spesso non paragonabili. Da un punto di vista di prodotto interno lordo come è possibile pensare di paragonare la provincia di Varese con la provincia di Matera? O la Valle d’Aosta che ha 12.000 imprese con la provincia di Taranto che ne conta 55.000? O basti considerare l’indice relativo alle librerie per 100.000 abitanti, attraverso il quale Belluno è agli ultimi posti ma non vuol dire che in quel territorio non si legga. La seconda considerazione riguarda l’effetto della diffusione di tali classifiche in un contesto che non sempre ha gli strumenti giusti per interpretarle. È evidente che il loro primo e principale effetto è quello di indicare la direzione ai decision maker, agli amministratori, agli imprenditori, impedendo, di fatto, una autodeterminazione.

Manca, infine, una dimensione che tenga conto della percezione effettiva del vivere da parte dei cittadini, che i meri numeri non possono esprimere in maniera esauriente. Per questo invitiamo tutti coloro abbiano ruoli strategici di considerare l’opportunità di avere una diversa narrazione del proprio territorio, strumenti che tengano conto della complessità dei territori e delle città.


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