PILLOLE DI STORIA: IL 27 LUGLIO 1884 L’INCENDIO DEL MUNICIPIO DI MASSAFRA

Ecco una nuova puntata delle pillole di storia di ViviMassafra: scopriamo insieme cosa accadde il 27 luglio di 133 anni fa.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, le classi più povere cominciarono a reclamare maggiori diritti. Anche a Massafra si ebbero le prime proteste contadine ed operaie.

La prima avvenne nel 1873, quando i contadini si ribellarono contro il sindaco Emanuele Scarano, a proposito del sorteggio delle terre demaniali, che dovevano essere assegnate; provvedimento che si concretizzò, in parte, solo un paio d’anni dopo.

Ma la più violenta manifestazione di protesta avvenne nel 1884, quando, il 27 luglio, fu incendiato il Municipio da parte di operai ed artigiani, che contestavano al Comune la mancata realizzazione di alcune opere previste dall’eredità Pagliari.

Secondo le volontà testamentarie di Matteo Pagliari, deceduto nel giugno 1883, l’Amministrazione comunale doveva costruire, con le rendite dell’ingente lascito, un ospedale, un orfanotrofio ed un istituto scolastico, nel giro di due anni. Le cose andavano per le lunghe per il ricorso di alcuni parenti del Pagliari, che aprirono un contenzioso con l’Amministrazione. Cosicché alcuni muratori, esasperati, nel pomeriggio del 27 luglio, domenica, mossero in corteo, avviandosi dalle vicinanze della Chiesa rurale della Madonna della Scala, contro il Comune, con bandiera e grida minacciose: Viva il Re, viva la Regina, abbasso il Municipio. Per la via la dimostrazione s’ingrossò fino ad occupare tutto il piazzale del palazzo comunale.

In una cronaca dell’epoca è ricordato che il consigliere provinciale Giuseppe Antonio Scarano, recatosi con alcuni colleghi comunali nel luogo della dimostrazione, mandò a prendere le chiavi del Municipio per arringare i rivoltosi dalle finestre del palazzo. La tensione cresceva e lo Scarano, salito sulla carrozza postale, che era lì ferma, con convincenti parole invitò alla calma. Quattro carabinieri coadiuvati da qualche cittadino, visto che le cose avevano preso una pacifica soluzione, volevano togliere ai manifestanti la bandiera. Ma il portabandiera Antonio Michele Balestra si oppose vivamente.

Le grida riattirarono i dimostranti e, in un momento, una turba di sconsigliati – pochi dei quali avevano superato i 20 anni – fu alle porte degli uffici della Pretura e del Municipio, le scassinarono facilmente ed invasero ad un tratto tutte le sale. Vi sono pochi episodi nella storia delle sollevazioni popolari che reggono al confronto: quanto si conteneva in dieci stanze atterrarono, ruppero, sfracellarono, distrussero, precipitando ogni cosa dalle finestre ed appiccicandovi il fuoco: archivio, catasto, stato civile, armadi, tavoli, scaffali, porte, finestra, mobilia, tutto, non restando intatto di quel vasto edificio che quattro o cinque quadri del Re. Alcuni rivoltosi tagliarono i fili telegrafici; la gente in un baleno si asserragliò nelle case spaventata, terrorizzata e piangendo. Pochi curiosi restarono a contemplare la rovina.

Così, compiuta la distruzione di ogni cosa e fantasticando chissà quale sorta di rivendicazione, molti rivoltosi si recarono nelle prigioni, liberando alcuni carcerati, i quali, meglio facendo i conti, vi ritornarono appena il tumulto fu sedato. La notizia dell’arrivo della truppa dei carabinieri da Taranto fece rincasare immediatamente i rivoltosi. Le autorità circondariali, giunte con un treno speciale alle undici e mezza della notte con carabinieri e soldati, cominciarono subito con gli arresti, facendone ben 35 nella notte istessa”.

La causa dei rivoltosi si celebrerà a Lecce il 9 dicembre 1886, dopo 28 mesi di carcere preventivo. Furono chiamati a deporre 150 testimoni. Dei 43 arrestati, 17 furono prosciolti, buona parte condannati a tre o quattro anni di carcere, gli altri rimessi in libertà per pena scontata.

Tratto da pubblicazioni di Raffaele Grippa e Fernando Ladiana


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