PILLOLE DI STORIA: IL 10 NOVEMBRE 1966 MORIVA PADRE LUIGI ABATANGELO

Giovanni Abantangelo nacque a Massafra l’8 novembre 1892.

Frequentando la Chiesa di Gesù Bambino, sentì la vocazione religiosa e nel 1906 entrò nell’Ordine Francescano. Dopo il noviziato, il 29.8.1909 indossò l’Abito prendendo il nome di frate Luigi. Fu ordinato sacerdote il 24.8.1920. Perfezionatosi in Scienze Bibliche a Roma e a Gerusalemme, insegnò per circa quarant’anni agli studenti di Teologia. Drammaturgo, romanziere, biblista, poeta in lingua italiana e latina, pubblicò una trentina di opere lasciando molti manoscritti inediti, collaborando anche a giornali e riviste locali e nazionali. Il suo nome resta legato soprattutto allo studio dell’arte medievale e degli insediamenti rupestri, specie nell’ambito delle cripte e degli affreschi bizantini in terra di Puglia, opera non facile senza i mezzi di oggi. Fu autore di una monumentale opera sugli insediamenti rupestri di tutta la provincia di Taranto, di cui venne pubblicata, postuma, solo la parte riguardante il territorio di Massafra.

Colpito da male incurabile, dopo lunga degenza presso il SS. Annunziata di Taranto, morì nel convento di S. Francesco di Sava, due giorni dopo aver compiuto il 74° compleanno.

Per testimoniare quanto compiuto da Padre Luigi e da chi, come lui, ha avuto veramente a cuore le nostre origini, la nostra storia, la nostra Massafra, lasciandoci a disposizione quello che oggi conosciamo e possiamo mostrare agli altri, vi proponiamo una bellissima pagina- ricordo, scritta dal compianto prof. Attilio Caprara in occasione delle manifestazioni del centenario di Padre Abatangelo.

UNA GIORNATA DI LAVORO CON PADRE LUIGI

Tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50 Padre Luigi Abatangelo intraprese una rivisitazione degli insediamenti rupestri, in vista della stesura definitiva della sua monumentale opera sulle cripte bizantine della provincia di Taranto.

Io, assiduo frequentatore della Chiesa di Gesù Bambino, ebbi la fortuna di conoscere Padre Luigi proprio in quegli anni.

Il primo approccio era stato di ordine “artistico”. I Giovani dell’Azione Cattolica della Parrocchia avevano allestito un lavoro teatrale di P. Abatangelo, dal titolo “I Fioretti di S. Francesco”, ed io, che allora indossavo ancora i calzoni corti, vi partecipavo come “tuttofare”: luci, suoni, rumori, effetti speciali (persino le fiamme sul palco per l’apparizione di Satana tentatore!) .

Da ciò a seguire, durante le vacanze estive, P. Luigi nelle escursioni rupestri il passo fu breve.

Con “caval di San Francesco”, P. Luigi, mio fratello Roberto ed io, incominciammo la peregrinatio per le gravine di Massafra alla ricerca di ulteriori dati sui monumenti di quella che ora prende il nome di “Civiltà rupestre”.

Il mio compito era quello di ripulire gli affreschi, di prendere le misure del monumento e di fotografare il tutto con i mezzi (quali mezzi!) a nostra disposizione in quei tempi.

Un giorno fu necessario andare a visitare la cripta di Santa Marina, nella gravina di San Marco, per alcune verifiche alle iscrizioni degli affreschi ed ai graffiti sui pilastri.

L’impresa di visitare la cripta, a quei tempi, non era delle più facili. Per entrare in S. Marina bisognava raggiungere da Vico III SS. Medici alcune grotte più a sud, scavalcare un muro a secco e scendere quindi, per mezzo di una lunga scala a pioli (quelle usate dai potatori d’olivo) nella spiazzo antistante la chiesa rupestre.

Se per me e per mio fratello Roberto l’impresa era facile, avventurosa ed affascinante, tale non poteva dirsi per P. Luigi, che doveva fare i conti con l’età e con il saio francescano che s’impigliava tra le pietre delle “muricce” (come lui diceva) ed i pioli della scala.

Entrati quel mattino finalmente nella cripta, ancora una volta iniziammo le operazioni di routine: misure dell’invaso, pulizia ed esame degli affreschi, rilievo puntuale delle iscrizioni e dei graffiti. E P. Luigi annotava, annotava, su dei fogli a quadretti commerciali, con la sua scrittura nitida e ferma. Quando i suoi occhi non ce la facevano ad osservare dei particolari, mi chiamava in suo aiuto appellandomi “occhio di falco”.

Venne redatta di nuovo una pianta della cripta (conservata ancora fra i suoi appunti nell’Archivio del Convento dei frati Minori di Lecce); fu rilevato con cura il graffito dedicatorio della Beata Marina, fu ricopiata l’iscrizione tarda (e purtroppo mutila) alla base dell’affresco dell’abside sinistra. Scattai anche delle fotografie.

A mezzodì, terminato il lavoro, raccogliemmo le carte e gli attrezzi e ci apprestammo al rientro in convento.

Altra “scalata”, altre acrobazie, altra strada a piedi, ma con la gioia nel cuore perché stare con P. Luigi era un piacere inenarrabile. Lui parlava, parlava, commentava, ricordava ed io e mio fratello ci abbeveravamo alla fonte della sua cultura.

Tornati in convento, mettemmo in ordine il materiale raccolto ed io, il suo “scriba velox”, ero già pronto a dattiloscrivere quegli appunti che, solertemente, come al solito, P. Luigi avrebbe trasformato in nitido testo.

E la sera, nella sua povera, francescana cella, dimentichi delle fatiche della giornata, eravamo di nuovo riuniti per programmare un’altra “avventura” archeologica.

Redazione ViviMassafra


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